Carl Jung definisce la sincronicità come la coincidenza temporale di eventi privi di legame causale che avvengono contemporaneamente senza un rapporto di causa-effetto pur condividendone un significato. Si tratta di una sorta di ponte tra il proprio mondo interiore (sogni, pensieri, stati d’animo) e la realtà esterna. Questi eventi coincidenti dimostrerebbero che psiche e materia non sono separate ma fanno parte di un unico ordine cosmico, due aspetti di un’unica realtà. Quando si sperimenta una sincronicità l’inconscio sta cercando di comunicare con la coscienza attraverso un linguaggio dei simboli offrendo una direzione o una comprensione più profonda della propria vita. L’inconscio proietta un contenuto simbolico nella realtà per favorire il processo di individuazione ed elaborazione personale. Tutto ciò avrebbe a che fare, secondo Wolfgang Pauli, anche con il fenomeno dell’entanglement quantistico (entanglement: intreccio, groviglio, correlazione) in base al quale due sistemi quantistici si scambiano informazioni quando sono a contatto e quando vengono allontanati (anche ad enormi distanze essi modificano immediatamente il proprio stato in base a quello dell’altro). In sostanza eventi che accadono in un punto qualsiasi dello spazio possono influenzare istantaneamente altri eventi che avvengono a distanza. Applicando concetti vicini all’entanglement quantistico Jung e Pauli ipotizzarono un livello fondamentale della realtà in cui le barriere tra mondo materiale (fisica) e immateriale (psicologia) si dissolvono. L’inconscio parteciperebbe attivamente alla creazione degli eventi attraverso connessioni col mondo fisico basate sul significato e non sul principio di causalità diretta. Jung ipotizzò un “inconscio collettivo” ossia una specie di campo quantistico condiviso che unisca le menti al di là dello spazio e del tempo. Come mente e corpo anche consapevolezza logica (l’io) e istinto archetipico (l’inconscio) sono aspetti complementari della psiche che ci abita, i due lati della stessa medaglia: non si può comprendere l’uomo guardando solo uno dei due.
il desiderio: una vocazione che spesso ignoriamo
Frequentando da molto tempo conferenze, podcast, pubblicazioni e quant’altro di Massimo Recalcati (psicoanalista di scuola lacaniana) mi sono imbattuto in una citazione che lo stesso Recalcati eredita da Lacan: “L’unica cosa di cui si possa essere colpevoli è di aver ceduto sul proprio desiderio“. Confesso di essere rimasto colpito dall’effetto dirompente di quanto sopra. Ho impiegato un pò di tempo per metabolizzare ciò che avevo letto e non sono sicuro di esserne venuto a capo. Ma cos’è il desiderio? Esso non deve essere interpretato in modo libertino (come voglia o capriccio) ma è la bussola della nostra verità soggettiva più profonda. Non si tratta di fare ciò che si vuole in modo edonistico ma di rimanere fedeli alla propria unicità anche quando questa contrasta con quanto ci circonda (morale comune, società, famiglia, lavoro ecc.). Desiderio è quindi vocazione. Tradire il proprio desiderio è tradire la propria vocazione, la propria inclinazione. Ciò rappresenta una colpa e la sofferenza psichica è la punizione che il soggetto infligge a se stesso per aver tradito la propria verità. Essere fedeli al proprio desiderio significa anche assumersene la responsabilità. Il desiderio viene dalla parte più nascosta della nostra psiche, cioè dall’inconscio. Non c’è esperienza dell’inconscio che non sia esperienza del desiderio. Non sono mai “io” che decido il mio desiderio ma è il mio desiderio che decide di me. Il desiderio, in quanto inconscio, implica sempre che l’Io non ne sia mai il proprietario (“L’Io non è padrone in casa propria” citando Freud). L’inconscio è il luogo in cui è depositata la verità del nostro desiderio, una verità che quasi sempre ignoriamo a livello cosciente ma che continua a parlarci, una vocazione profonda che spesso ignoriamo di avere. Carl Jung così recita: “Rendi cosciente l’inconscio, altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino”.
“Nome dell’arco è vita, opera ne è la morte” (Eraclito).
In greco antico solo un accento trasforma la parola bios. Non è possibile negare che una stessa cosa, l’arco (biòs), sia in pari tempo vita (bìos) e morte.
A fronte della figura più perfetta, il cerchio, noi siamo un cerchio incompiuto, imperfetto, un arco: l’arco della vita. (Alcmeone medico VI a.C.)
Nel cerchio, forma perfetta, inizio e fine coincidono; nell’arco invece, cerchio imperfetto, inizio e fine non coincidono. Gli uomini muoiono perchè non possono ricongiungere il principio con la fine.
Questo ci dice la lingua ancor prima dell’esperienza: per una meravigliosa e tremenda ambiguità linguistica, la morte e la vita sono iscritte nella stessa parola: bìos è vita, biòs è arco. Noi siamo così un cerchio incompiuto, imperfetto, un arco, in cui inizio e fine non coincidono (Ivano Dionigi).
I sentimenti si imparano.
A differenza degli animali, gli uomini non hanno istinti ma solo pulsioni. L’istinto è una risposta rigida ad uno stimolo. La pulsione è la risposta a meta indeterminata per cui una pulsione aggressiva può esprimersi con la violenza, una pulsione erotica può avere una meta sessuale o sublimarsi in una composizione poetica o un’opera d’arte. La differenza risiede nella educazione delle pulsioni da cui gli animali sono esentati (in quanto regolati solo dall’istinto che non prevede scelte nel comportamento e nelle mete da raggiungere). La mancata educazione delle pulsioni condiziona ad esprimersi prevalentemente attraverso i gesti invece che con emozioni e sentimenti. Tuttavia, mentre le pulsioni sono naturali, le emozioni ed i sentimenti non li abbiamo per dono naturale, ma potremmo avvalercene solo attraverso un arricchimento culturale costruendo la cosiddetta “risonanza emotiva” cioè quella capacità di sentire immediatamente il peso di un’azione evitando forme di analfabetismo emotivo e disconnessione sociale. Il tragitto educativo che dalle pulsioni porta alle emozioni e ai sentimenti lo si percorre attingendo da quel grandioso repertorio quale è la letteratura che ci insegna cos’è il dolore, la gioia, la tristezza, l’amore, il rispetto, la speranza e l’illusione. Educati dalle pagine letterarie potremmo disporre di quelle mappe mentali che ci aiutino ad orientarci per fronteggiare il senso profondo del vivere. Eschilo ci viene in aiuto quando dice: “Solo il sapere ha potenza sul dolore”.
(Umberto Galimberti- Il libro delle Emozioni)

baita// vvtt

il grande concerto nel cielo
“Pensa alla morte, alla paura, al destino…e canta”. Cosi i Pink Floyd chiesero alla turnista jazz Clare Torry di improvvisare una melodia raccomandandole di non utilizzare parole. Doveva solo esprimere il senso di transitorietà della vita, la sua finitudine e caducità. Ella si immedesimò a tal punto che dal grido passò al pianto, attraversando registri soul e gospel fino a vette quasi liriche. Alla fine la sua voce diventa un sussurro stanco. Nessuna parola. Solo anima e lacrime. Un atto di pura meditazione spirituale. Al termine della seduta di registrazione la Torry era piuttosto delusa salvo poi vedere tre ore dopo inciso sul nastro la traccia di The Great Gig in the Sky (questo il titolo del brano iconico contenuto nell’album The Dark Side of the Moon). La toccante progressione al pianoforte e hammond di Richard Wright e il suono caldo e fluttuante alla steel-guitar di David Gilmour sicuramente hanno impreziosito l’interpretazione vocale di quell’angelo caduto (così definita dalla critica dell’epoca). Un’emozione astratta, catartica, straziante.

tra memoria ed oblio esiste un punto d’incontro
Dobbiamo essere capaci di ricordare per non perdere noi stessi ma anche capaci di dimenticare per poter continuare a vivere e desiderare. Secondo lo psicoanalista Massimo Recalcati memoria ed oblio non sono nemici ma due facce della stessa medaglia. La memoria non è semplice riproduzione del passato, non è un contenitore, ma una riscrittura creativa che metabolizza il trascorso per dare un senso nuovo a ciò che siamo oggi. L’oblio non è una mancanza o una colpa bensì una forza attiva e liberatoria, necessaria per far spazio al nuovo. Senza oblio saremmo schiacciati dal peso dei nostri ricordi e dei nostri traumi. L’oblio cancella il superfluo per permettere al desiderio di rinascere.
Ce lo dice anche Jorge Luis Borges: la dimenticanza è una salvezza, la memoria totale sarebbe un inferno. Per sopravvivere abbiamo bisogno dell’oblio. Siamo fatti di frammenti e non di totalità. La nostra ricchezza non sta nel possedere il tutto ma nel vivere poeticamente la nostra splendida e limitata prospettiva.
Dove nasce un’opera d’arte
Ce lo chiediamo spesso. Da una visione, da un sogno, da un semplice ricordo…forse l’artista crea per dare voce ad un’armonia interiore o forse per dare ordine al caos che vede fuori. Non lo sapremo mai. Potrebbe essere un feroce corpo a corpo tra spirito e materia, un dialogo continuo e caotico tra il sè e l’altrove. Forse il punto d’incontro starebbe nella parte più profonda della psiche umana ovverosia l’inconscio. Esso assorbe il disordine del mondo, lo frammenta e rielabora lontano dal controllo della ragione. L’artista si ritrova tra le mani qualcosa senza sapere razionalmente da dove venga poichè l’intera gestazione è avvenuta nell’ombra. Ma la bellezza sta proprio qui. Se arrivassimo a capire l’arte, essa perderebbe il suo alone di mistero, la sua magia. L’arte è contraddizione vivente, enigma insolubile, l’unico strumento capace di conciliare gli opposti e svelare l’assoluto. Allora potrebbe aver ragione Adorno quando afferma che essa dice la verità proprio perchè dichiara la sua stessa finzione, permettendoci di vivere il mistero dell’inconscio senza l’inganno di volerlo rinchiudere in una teoria coerente. Ma a ben vedere tutto quanto desunto dal mondo esterno l’artista già lo possedeva, gelosamente sigillato nella sua anima, e di là, dalla sorgente dello spirito, ricomposto in un armonioso e solenne canto.
Una passeggiata verso l’ignoto.
Tutte le composizioni classiche in tonalità minore hanno drammaticità e potere evocativo attraverso melodie vellutate ed oscure. La Promenade Sentimentale di Vladimir Cosma ne è un fulgido esempio. Adattata come colonna sonora all’opera cinematografica Diva, sprigiona una melodia malinconica su pianoforte e archi giocando sull’ambiguità tra accordi maggiori e minori. Costruita con andamento ciclico ed ipnotico, vive di momenti di tensione e risoluzione. Il modus operandi del piano genera senso di solitudine che si accentua con le progressioni discendenti. E’ un esperienza estetica poichè evoca contrasti tra il ricordo e il gelido presente, tra sogno di un amore idolatrato e realtà. La tristezza non è mai gridata ma solo sussurrata con forza devastante. Gli archi crescono di intensità lasciando alla fine il pianoforte come unico protagonista sublimando nell’ascoltatore un profondo vuoto interiore. Alla fine è dolore fisico, quasi teatrale. Il brano funge da vero e proprio contrappunto emotivo nel film commentando scene di solitudine urbana in una Parigi noir e fiabesca. Naufragando disperatamente su accordi dissonanti e calanti riesce a trasformare una semplice passeggiata in un cammino verso l’ignoto.

schizzi di promenade

Un’esperienza d’ascolto riflessiva carica di spiritualità
Dove musica barocca tradizionale e minimalismo contemporaneo si stringono la mano. Si crea così un ponte tra l’antico e il moderno attraverso atmosfere intime ed ipnotiche reinterpretate dalla straordinaria violinista norvegese Mari Samuelsen nel suo album omonimo. Vorrei menzionare almeno tre tracce in particolare:
Dona nobis pacem 2: è un crescendo dinamico minimalista che esprime una profonda urgenza emotiva sospesa tra dolore e speranza. Il vibrato etereo dell’inizio si infiamma successivamente in un crescendo creando un contrasto tra il vuoto iniziale e la catarsi finale.
Sequence ( four) for solo Violin and string orchestra: tessitura orchestrale più complessa dove viene creato un fitto tappeto sonoro su cui il violino galleggia e si avvita in trame di un magnetismo assoluto
November: qui la Samuelsen reinterpreta il brano imprimendo un ritmo serrato e virtuosistico dove il suo strumento sembra quasi “piangere” in solitudine alternandosi a momenti orchestrali ad ampio respiro mantenendo una costante tensione drammatica fino ad un finale quasi mozzato.
In generale l’esperienza d’ascolto, con le sue ripetizioni ipnotiche che cortocircuitano il filtro razionale della mente conscia, permette all’ascoltatore di scivolare in uno stato di leggera trance. Questo flusso continuo rispecchia il movimento sotterraneo dell’inconscio dove i pensieri non si muovono in modo lineare ma circolare ed emotivo. I tappeti sonori dilatati e i giri armonici ripetitivi creano uno spazio sospeso nel tempo stimolando l’emergere di immagini archetipiche che richiamano l’inconscio collettivo di Jung.

