“750.000 anni fa…l’amore”

E’ desiderio, è istinto.

Resta un corpo di fango e silenzio.

La roccia scava la carne.

Senza un nome, solo vuoto che schiaccia.

Non guardi ma esisti

inghiottita da una notte senza dio.

Nessuna pietà all’alba del mondo

mentre il gelo consuma

e tu respiri, altrove.

vvvttt// Riflessioni sulla nascita dell’amore in un ominide agli albori dell’umanità. Tormentato dal desiderio, non trova come esprimere il suo sentimento. Forse l’amore sopravviverà altrove….

750.000 anni fa….l’amore

Già l’acqua inghiotte il sole

ti danza il seno mentre corri a valle

con il tuo branco ai pozzi

le labbra secche vieni a dissetare

Corpo steso dai larghi fianchi

nell’ombra sto, sto qui a vederti

possederti, si possederti…possederti..

Ed io tengo il respiro

se mi vedessi fuggiresti via

e pianto le unghie in terra

l’argilla rossa mi nasconde il viso

ma vorrei per un momento stringerti a me

qui sul mio petto

ma non posso…fuggiresti..fuggiresti via da me

io non posso possederti…possederti..

io non posso…fuggiresti

possederti io non posso

anche per una volta sola…

Se fossi mia davvero

di gocce d’acqua vestirei il tuo seno

poi sotto i piedi tuoi

veli di vento e foglie stenderei

Corpo chiaro dai larghi fianchi

ti porterei nei verdi campi e danzerei

sotto la luna danzerei con te

Lo so la mente vuole

ma il labbro inerte non sa dire niente

si è fatto scuro il cielo

già ti allontani, resta ancora a bere

mia davvero..ah fosse vero

ma chi son’ io…uno scimmione

senza ragione…senza ragione

uno scimmione…fuggiresti, fuggiresti

uno scimmione, senza ragione

tu fuggiresti, tu fuggiresti…..

(“750.000 anni fa…L’amore”  dall’album  Darwin del Banco Mutuo Soccorso

musica V. Nocenzi, testo  F. Di Giacomo)

Podcast: MISTREATED: il lamento blues di un uomo maltrattato

Pip: Benvenuti a Zigzagando, dove oggi si entra direttamente nelle viscere del blues elettrico — e non si esce indenni.

Mara: vitotroiani ci porta dentro un pezzo che conosce a memoria: “Mistreated” dei Deep Purple, sette minuti di tormento che diventano poesia. Parliamo di dolore, catarsi, e di cosa succede quando la musica smette di essere musica. Cominciamo proprio da lì.

MISTREATED: il lamento blues di un uomo maltrattato

Mara: La domanda al centro di questo pezzo è semplice e brutale insieme: cosa fa un brano quando supera i confini della canzone e diventa qualcosa di fisico, di anatomico? “Mistreated” viene descritto non come ascolto, ma come esperienza corporea — e il testo cerca di restituire esattamente quella sensazione.

Pip: Il punto di partenza è preciso: mille ascolti. Non un’impressione, una sedimentazione. E il risultato è questo — “Non si tratta solo di abbandono. È un rituale cupo che ti scava dentro come una lama infetta per gettarvi tutto il suo tormento.”

Mara: Ecco la posta in gioco: il blues come strumento chirurgico. Non consola, non accompagna — incide. E l’incisione ha uno scopo: estrarre il veleno. Sette minuti di agonia che finiscono in anestesia totale, catartica. Il male viene restituito, come scrive il testo, “pulito, libero da ogni veleno.”

Pip: C’è qualcosa di quasi paradossale in questo — più il brano fa male, più guarisce. Il legno elettrico che “sanguina note come tagli che non sanno guarire” diventa, alla fine, la cura stessa. Il blues come medicina amara che funziona proprio perché è amara.

Mara: Il testo costruisce questa tensione immagine dopo immagine. “Disperazione si fa ghiaccio nei polmoni mentre il canto rovina l’anima.” Non è metafora decorativa — è descrizione precisa di uno stato fisico. La voce non chiede pietà, e non la offre nemmeno.

Pip: E alla fine, quando tutto si sgretola, resta solo quello: “un blues. Lento e maltrattato.” La riduzione è totale. Tutta l’anatomia del pianto, tutta la lama infetta — e poi il silenzio, e due parole.

Mara: È quella spoliazione finale a rendere il pezzo efficace. Non chiude con una spiegazione, chiude con una sensazione. Il lettore arriva alla fine già dentro quel suono.


Pip: Sette minuti di Deep Purple, mille ascolti, e alla fine un blues che fa il lavoro sporco che le parole non riescono a fare da sole.

Mara: Il dolore restituito pulito. Ci sentiamo alla prossima.

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MISTREATED: il lamento blues di un uomo maltrattato.

E’ ritmo che consuma i passi.

E’ ferro che brucia sotto la carne.

La voce non chiede pietà.

Un lamento che sale, agonia

di chi si sbriciola senza rumore.

Disperazione si fa ghiaccio nei polmoni

mentre il canto rovina l’anima.

Il legno elettrico sanguina note come tagli

che non sanno guarire.

Ogni nota è un cappio al cuore

che graffia prima di farsi polvere.

Non è più musica, è anatomia del pianto

dove metallo si fa piaga.

Ma alla fine resta solo un blues.

Lento e maltrattato.

(vvv,ttt.### riflessioni dopo aver ascoltato almeno un migliaio di volte il brano “Mistreated” nato dalle viscere del Profondo Viola (in realtà Deep Purple….). Non si tratta solo di abbandono. E’ un rituale cupo che ti scava dentro come una lama infetta per gettarvi tutto il suo tormento. Dopo quei sette minuti di agonia è anestesia totale, catartica. Il male è restituito pulito, libero da ogni veleno).

Sogno Errando: un’opera visionaria che intreccia poesia, jazz e sperimentazione.

Se solo poteste udire il mormorio di tale sogno, non vorreste ascoltare altro rumore (Gibran Kahlil Gibran)

Sembra riecheggiare qualcosa che non comprendiamo appieno. Energia attinta da fluttuazioni quantiche della nostra coscienza a cui viene consegnata una vera e propria anima. E’ il sogno nel quale trovano un punto d’incontro fisiologico anima e corpo.

Sogno Errando è una realtà non oggettiva creata di volta in volta dall’ascolto sempre alla ricerca di un equilibrio metafisico tra nuovi mondi che non possiamo manipolare ma che sono depositati sulla nostra pelle, affondati. Basta sintonizzarsi su differenti stati quantici per poter migrare in un multiverso sonoro che ci giace parallelo. Allora nel gorgoglio del sogno si cristallizzano le fibre della nostra stessa materia. Materia oscura. Materia luminescente. Come luminescenti sono le partiture musicali che oscillano sugli anfratti oscuri di testi abrasivi.

La copertina stessa dell’art-work ci proietta un volto mozzato da tre quarti in su suggerendo l’assenza di una visione meccanicistica del cosmo a favore di un’apertura più sensoriale e percettiva.

Siamo su coordinate cangianti che affondano sulla pelle, senza sfiorarla, come <corrente sotterranea che unisce spirito e materia>. La poesia che ne esce è questa tensione tra il vagare e il dimorare.

Un sogno che sembra un afflato dove violini dilatati e sax schiumosi di tanto in tanto sembrano congelarsi sull’attimo eterno e circolare. Tempi schiacciati, senza respiro, apparentemente discordanti tra note di basso slappate che marcano il ritmo in un magma senza vincoli. Un andirivieni di stoccate percussive in coesione con autentiche esplosioni liriche. Forme libere galleggianti su monologhi, acrobazie polifoniche, testi surreali e tanta sperimentazione. I versi seminati non sono preghiera ma grido rauco e denso <che libera l’anima e ne fa un canto>.

Il periplo si fa vieppiù errabondo avvitandosi lungo prospettive senza geometrie definite. Numerosi sono i balzi da fraseggi liturgici a scorribande elettroacustiche.

Un filo di Arianna lega sempre le note eiaculate dai sax strozzati e dai violini prima che ritmiche pulsanti virino in un mantra ipnotico di <petali sognanti>.

C’è spazio anche per l’amore tradito, <dell’abbraccio trattenuto e del bacio sospeso>. Una carezza tagliente che affiora tra note liquide e linee di basso vaporose che rimangono sospese come <applauso senza mani>.

E’ come specchiarsi dentro un cielo <porpora> che come gola inghiotte e di moto immobile finisce.

Il tempo di un sobbalzo (come fase REM ) ed ecco che le tastiere ribollono dentro un forsennato cambio di tempo che conduce ad un finale orgiastico, senza scampo.

Attraverso il sogno ci realizziamo.

Nel sogno è la bellezza, l’arte, la musica e la poesia.

…..e senza il sogno, probabilmente, non saremmo niente.

VVVTTT/// riflessioni su “Sogno Errando” di Altare Thotemico

Podcast: erosione temporale/ uito.t.

Pip: Benvenuti a Zigzagando, dove oggi il tempo non passa — mastica.

Mara: vitotroiani ci porta in un territorio essenziale: l’erosione, la materia che cede, e quello che resta quando tutto il resto è sparito. Partiamo.

Erosione: cosa resta quando il tempo divora

Pip: La domanda al centro di questo testo è antica quanto la geologia e recente quanto stamattina: cosa sopravvive all’azione del tempo? Non la pietra, apparentemente — ma qualcosa sì.

Mara: Il testo lo dice con una precisione quasi scientifica: “Una pietra non resta, solo l’impronta di quello che era.”

Pip: L’impronta, non l’oggetto. Il tempo non conserva le cose — conserva la loro assenza sagomata. È una distinzione che cambia tutto: il segno sopravvive alla sostanza.

Mara: E il modo in cui il testo arriva a quella conclusione è costruito per gradi. Prima l’immagine del bacio rovesciato — il tempo che non bacia ma mastica calce. Poi la roccia divorata. Poi gli occhi che diventano fori: “Restano fori invece che occhi.” La perdita non è vuoto generico, è vuoto a forma di qualcosa.

Pip: C’è una logica quasi chimica in questa sequenza. Ogni immagine è un agente erosivo diverso — la masticazione, l’acido, la pioggia che non bagna ma scava.

Mara: Esatto. E la pioggia acida è il momento più preciso: “E’ pioggia acida che non bagna ma scava.” Non si tratta di umidità, si tratta di corrosione attiva. Il testo distingue tra ciò che tocca e ciò che trasforma.

Pip: Alla fine rimane l’impronta — che è, a pensarci bene, l’unica forma di memoria che la materia conosce.

Mara: Una memoria senza soggetto. Non c’è nessuno che ricorda: c’è solo la forma lasciata dall’assenza.


Pip: Materia che cede, forma che resta. Non è una consolazione, ma è qualcosa.

Mara: È il tipo di qualcosa su cui vale la pena tornare. Al prossimo giro di Zigzagando.

Il viaggio come metafora della vita

Vivere è incontrarsi e tornare a dividersi” (Thorkild Hansen). Uno parte, l’altro resta, e fuori dal labirinto c’è un’Arianna che tiene il filo sperando che non si spezzi. Il filo non serve a trattenere quanto invece a tracciarne la rotta nell’incertezza. La speranza è che quella traccia resista al peso della distanza e al tempo che deforma i ricordi. Per Thorkild Hansen l’esistenza non è meta ma transito. Gli esseri umani sono come navi che s’incrociano in mare aperto. Tuttavia l’incontro è solo temporaneo dopodichè il tornare a dividersi è la condizione naturale di ognuno. Questa riflessione ci dice anche che l’amore non significa possesso bensì accettazione del rischio che l’altro si allontani nei meandri della propria esistenza; la speranza è che quel sottile contatto emotivo possa resistere alle tempeste della vita.

FOTOGRAMMA

Della vita, il flusso, lineare non è.

E’ gradiente continuo

turbolenza alla radice

dalla vista apicale.

Il setto s’incrina

in asincronia di tempo

è cinetica spezzata

sulla sistole in affanno.

C’è analisi spettrale:

il rosso pulsa e si fa avanti

il blu torna indietro

come rigurgito stanco

sembra fumo che sale.

Siamo questa eco, rimbalzo

che attraversa la carne

e numeri freddi su fondo nero.

Un fotogramma senza suono.

(uuuito.ttt. metafora dell’esistenza attraverso l’ecocardiogramma)

Podcast: un viaggio tra caos e silenzio dove non esiste l’errore ma solo la prova della fragile traccia umana

Pip: Zigzagando — il nome è già un manifesto. Oggi ci addentriamo in un territorio dove le linee non vanno mai dritte, e forse è proprio questo il punto.

Mara: vitotroiani ci porta in un viaggio che parte dal caos elettrico del pensiero e arriva al silenzio. È poesia che ragiona sul corpo, sul tempo, sulla traccia che lasciamo. Cominciamo da lì.

un viaggio tra caos e silenzio: la fragile traccia umana

Pip: Il titolo di questo testo non lascia scampo: non esiste l'errore, esiste solo la prova. La domanda che il testo pone è questa — cosa rimane quando il caos si esaurisce?

Mara: Il testo si apre con un'immagine precisa, e la risposta arriva quasi alla fine: "Ma la bellezza è questa traccia instabile ed umana. È il tempo in cui tremiamo."

Pip: Quella traccia instabile è tutto. Non una caduta, non un difetto — è la prova che qualcosa di vivo è passato. Il tremore è il segno, non il problema.

Mara: E il percorso per arrivarci è costruito con cura. Si parte da "un guizzo improvviso che frastaglia la linea", un inizio elettrico. Poi arriva la baraonda — picchi e valli che collidono, fusione, blocco. Il recupero si fa lento, a volte capovolto.

Pip: È quasi un elettrocardiogramma messo in versi. Cosa leggi tu in quella sequenza — corpo, mente, entrambi?

Mara: Il testo firmato "Traiettorie elettriche" non sceglie. Lascia aperto. "Siamo sbalzi, sussurri, battiti persi" — potrebbe essere un cuore, un pensiero, una vita intera che oscilla sulla carta a quadrettini.

Pip: La carta a quadrettini è il dettaglio che mi ferma. Non carta bianca, non tela — quella griglia ordinata sotto il caos è quasi ironica.

Mara: E infine il testo approda alla quiete, che viene definita "la nostra forma più pura." Non la forza, non la chiarezza — la quiete. È un'inversione precisa rispetto all'apertura elettrica.

Pip: Dal guizzo al silenzio, e nel mezzo tutto quello che siamo. Vale la pena starci.


Mara: Quello che rimane è l'immagine di una traccia — instabile, umana, necessaria.

Pip: La prossima volta vedremo dove zigzagano le altre linee. Nel frattempo, tremiamo pure.

un viaggio tra caos e silenzio dove non esiste l’errore ma solo la prova della fragile traccia umana

TRAIETTORIE ELETTRICHE

All’origine è un guizzo improvviso

che frastaglia la linea

uno squarcio potente

l’inizio elettrico di ogni pensiero.

Si segna il passo

e l’esistenza si srotola

su e giù sulla carta a quadrettini.

Poi d’un tratto è baraonda

un sussulto improvviso, fuori tempo.

Picchi e valli si inseguono

a volte collidono, è fusione.

Non c’è possibilità di rientro

devi solo mescolarti alla tempesta.

Branche e linee divergono

maggiormente a sinistra

e a destra la situazione non cambia.

Un palpito conduce, l’altro no.

Non c’è cattura.

E’ quasi blocco totale, che avanza.

Il recupero appare sempre più lento

talvolta capovolto

come peso che slivella verso il fondo.

Siamo sbalzi, sussurri, battiti persi.

Ma la bellezza è questa traccia

instabile ed umana.

E’ il tempo in cui tremiamo.

E infine resta la quiete

la nostra forma più pura.

(“Traiettorie elettriche” //uito.t// metafora della vita con un occhio all’ecg)

il bandolo della matassa

Nell’inconsapevole quiete

m’aggrappo ai bordi maltrattati di ciò che resta

di questo bolo di luce

e, prima che sia troppo tardi

proverò ad abituarmi al sapore.

Rimbalza

la voce ossificata del mio petto

nell’ergastolo dei ricordi bui

e appuntiti.

Ibrida visione d’abrasa memoria

illude se stessa

nel retroscena dell’ultimo respiro

mentre un rosario di croci si scioglie

all’ombra del canto.

Ma se nell’inganno

fletterò lo sguardo

pur sempre ritroverò il bandolo del mio tempo

aggrovigliato come una matassa.

Senza capo

nè coda.

(VT)