Podcast: “Assomigliamo agli amanti che frugano nei loro corpi per sapere cos’è il desiderio”.

Pip: Benvenuti a Zigzagando, dove oggi ci fermiamo su una di quelle domande che non hanno fondo — il desiderio, il tempo, e perché continuiamo a cercare risposte nei posti sbagliati.

Mara: vitotroiani ci porta dentro una riflessione che parte da Roland Barthes e arriva a qualcosa di molto concreto: cosa succede quando proviamo a smontare l'amore per capirlo. Cominciamo da lì.

"Assomigliamo agli amanti che frugano nei loro corpi per sapere cos'è il desiderio, come quei bambini che smontano una sveglia per sapere che cos'è il tempo."

Pip: La domanda al centro di questo post è antica e scomoda: possiamo davvero capire il desiderio cercandone le cause — nel corpo dell'altro, nella logica, nella ragione?

Mara: Barthes, nei Frammenti di un discorso amoroso, lo dice in modo netto: "ci ostiniamo a cercare la causa meccanica del desiderio all'interno del corpo antagonista."

Pip: Il punto è che non funziona. Il desiderio dell'altro rimane un enigma — possiamo leggerne i segni in superficie, ma l'origine vera ci sfugge sempre. La ragione non arriva fin lì.

Mara: Ed è proprio questa l'immagine che regge tutto: il bambino che smonta la sveglia non trova il tempo dentro. Trova ingranaggi. Allo stesso modo, chi cerca il desiderio nel corpo dell'altro trova solo superficie.

Pip: C'è qualcosa di quasi tenero in quella cocciutaggine — continuare a smontare sapendo, in fondo, che il meccanismo non risponderà.

Mara: Il post chiude su una nota che pesa: sopravviveranno, per molti di noi, solo le superfici epidermiche delle proprie vite. E l'amore, come il tempo, "sempre continuerà a sfuggirci, per lasciare quello che amore non è."

Pip: Quello che rimane quando l'amore se ne va non ha nemmeno un nome preciso. Solo l'assenza della cosa.

Mara: È una conclusione che non consola, ma che ha l'onestà di non fingere soluzioni. Il desiderio non si spiega smontandolo — si vive, o si perde.


Pip: Barthes aveva ragione: alcune domande esistono per essere abitate, non risolte.

Mara: E forse è proprio lì — in quello spazio senza risposta — che il desiderio continua a muoversi.

Podcast: Sogno o son desto?

Pip: Benvenuti a Zigzagando, dove oggi si parte da un filosofo taoista che si sveglia e non sa se è lui o una farfalla — e da lì, ovviamente, arriviamo alla fisica quantistica.

Mara: Esatto. vitotroiani esplora il confine tra sogno e realtà, tra coscienza e materia, chiedendosi se la mente umana sia spettatrice o creatrice del mondo che percepisce. Partiamo subito da lì.

Sogno o son desto?

Pip: La domanda che apre questo pezzo è vecchia di duemila anni ma non ha perso un grammo di peso: come facciamo a sapere che la realtà che sperimentiamo sia quella "vera"? E soprattutto, ha senso porsi la domanda?

Mara: Il punto di partenza è Chuang Tzu, e il testo lo dice in modo diretto: "la realtà non è un fatto concreto ed immutabile, ma una trama di possibilità che si definiscono solo nel momento della presa di coscienza o della verifica esterna."

Pip: Il che significa che la realtà non esiste in modo indipendente da chi la osserva. Non è una posizione mistica — o almeno, non solo. È esattamente quello che dice la meccanica quantistica.

Mara: Sì, e il pezzo costruisce il parallelo con cura. Tzu si sveglia e non sa se è uomo che sogna farfalla o farfalla che sogna uomo. Una particella subatomica, prima della misura, non ha proprietà definite: esiste in sovrapposizione di stati. Il gatto di Schrödinger è vivo e morto finché non apri la scatola.

Pip: Quindi il risveglio di Tzu funziona esattamente come il collasso della funzione d'onda. La contingenza si manifesta in una forma sola nel momento in cui qualcuno guarda.

Mara: Precisamente. E la conclusione che il pezzo trae è che la mente umana non è separata dall'universo che osserva — ne è parte integrante, e in un certo senso ne è la creatrice. Come scrive: "è solo Chuang Tzu a decidere la sua verità indipendentemente da quale parte si trovi."

Pip: Filosofia taoista e fisica quantistica che convergono sullo stesso punto. Non male per una domanda nata in un sogno.

Mara: La sintesi che propone il pezzo è proprio questa: separare mente e materia forse allontana l'uomo dal resto del reale, mentre riconoscerne l'intreccio lo ricolloca al centro — non come padrone, ma come partecipante necessario.


Pip: Allora la domanda vera non è "sogno o son desto" — è chi sta decidendo la risposta.

Mara: E se la risposta cambia con l'osservatore, la prossima volta che ti svegli, forse vale la pena chiederti da che parte della scatola sei.

Podcast: erosione temporale/ uito.t.

Pip: Benvenuti a Zigzagando, dove oggi il tempo non passa — mastica.

Mara: vitotroiani ci porta in un territorio essenziale: l’erosione, la materia che cede, e quello che resta quando tutto il resto è sparito. Partiamo.

Erosione: cosa resta quando il tempo divora

Pip: La domanda al centro di questo testo è antica quanto la geologia e recente quanto stamattina: cosa sopravvive all’azione del tempo? Non la pietra, apparentemente — ma qualcosa sì.

Mara: Il testo lo dice con una precisione quasi scientifica: “Una pietra non resta, solo l’impronta di quello che era.”

Pip: L’impronta, non l’oggetto. Il tempo non conserva le cose — conserva la loro assenza sagomata. È una distinzione che cambia tutto: il segno sopravvive alla sostanza.

Mara: E il modo in cui il testo arriva a quella conclusione è costruito per gradi. Prima l’immagine del bacio rovesciato — il tempo che non bacia ma mastica calce. Poi la roccia divorata. Poi gli occhi che diventano fori: “Restano fori invece che occhi.” La perdita non è vuoto generico, è vuoto a forma di qualcosa.

Pip: C’è una logica quasi chimica in questa sequenza. Ogni immagine è un agente erosivo diverso — la masticazione, l’acido, la pioggia che non bagna ma scava.

Mara: Esatto. E la pioggia acida è il momento più preciso: “E’ pioggia acida che non bagna ma scava.” Non si tratta di umidità, si tratta di corrosione attiva. Il testo distingue tra ciò che tocca e ciò che trasforma.

Pip: Alla fine rimane l’impronta — che è, a pensarci bene, l’unica forma di memoria che la materia conosce.

Mara: Una memoria senza soggetto. Non c’è nessuno che ricorda: c’è solo la forma lasciata dall’assenza.


Pip: Materia che cede, forma che resta. Non è una consolazione, ma è qualcosa.

Mara: È il tipo di qualcosa su cui vale la pena tornare. Al prossimo giro di Zigzagando.

Podcast: Muta poesia (V..T..)

Zip: Benvenuti su Zigzagando, dove vitotroiani ci porta dove le parole quasi non arrivano.

Zap: Oggi esploriamo una poesia che nasce già in silenzio — un testo breve, denso, che vale la pena aprire con calma. Partiamo subito.

Muta poesia

Zip: C’è una contraddizione al centro di questo testo: una poesia che parla di silenzio, scritta con parole che si definiscono lente, quasi riluttanti. La domanda che pone è semplice e scomoda — cosa significa fare poesia quando il silenzio è più onesto?

Zap: Il testo non lascia spazio a equivoci. L’immagine centrale è questa: “arruolando lente parole nel lessico salivante di una poesia.”

Zip: “Lessico salivante” è un’espressione fisica, corporea — la lingua che produce parole come produce saliva, per riflesso, non per scelta. Questo cambia il senso dell’atto poetico: non è creazione deliberata, è qualcosa che accade al corpo prima che alla mente.

Zap: E l’apertura radicalizza quella tensione. “Nessuno sconto nel silenzio tagliente” — il silenzio qui non è assenza morbida, è qualcosa che taglia, che costa. Non è rifugio.

Zip: Poi arriva il verbo “traccio” — quasi un gesto da disegnatore, non da scrittore. Si traccia un profilo, si dà contorno a qualcosa che altrimenti resterebbe informe. La poesia come atto di sagomatura, non di espressione.

Zap: E la chiusura ribalta tutto: “Nata muta.” Due parole che smentiscono l’intero processo appena descritto. Le parole sono state arruolate, il profilo tracciato — eppure la poesia nasce comunque muta. Il linguaggio non ha risolto il silenzio, lo ha solo circondato.

Zip: È un cortocircuito preciso. Si scrive per dire qualcosa, e il risultato è un oggetto che non parla. Il che solleva una domanda non retorica: a cosa serve allora il gesto poetico, se non a rompere il silenzio?

Zap: Forse serve a renderlo visibile. “Ne traccio il profilo” suggerisce che il silenzio ha una forma — e che la poesia è lo strumento per mostrarla, non per riempirla.

Zip: Un testo che pesa molto più dei suoi venti e passa caratteri.


Zap: Il silenzio che taglia, le parole che arruolano — c’è qualcosa di fisico in questo modo di stare nella lingua.

Zap: La prossima volta vedremo dove porta ancora questo zigzagare.

MUTA POESIA (V..T..)

Nessuno sconto nel silenzio tagliente.

Ne traccio il profilo

arruolando lente parole

nel lessico salivante di una poesia.

Nata muta.