Podcast: radiografia minerale

radiografia minerale

Pip: Benvenuti a ZIGZAGANDO, dove ogni puntata è una piccola deviazione dal percorso previsto — e questa volta la deviazione ci porta sotto la pelle, letteralmente.

Mara: vitotroiani ci lascia una poesia breve e densa, “radiografia minerale”, che esplora il confine tra corpo umano e materia inorganica. È il territorio di questa puntata. Partiamo subito. Radiografia minerale: il corpo come pietra

Pip: La domanda che apre questo segmento è antica ma raramente posta così: cosa rimane di noi quando si toglie tutto il morbido? La poesia “radiografia minerale” sembra rispondere che rimane qualcosa di geologico, non di biologico.

Mara: Il testo porta il lettore direttamente dentro questa visione: ” il corpo restituito come struttura, come deposito, come strato sedimentario.

Pip: Quello che questo significa in pratica è che la radiografia non è solo uno strumento medico, ma diventa una metafora epistemologica: vediamo attraverso la carne e troviamo non un’anima, ma un minerale. Il soggetto umano si scopre fatto di tempo geologico, non di tempo biografico.

Mara: È una posizione poetica precisa. Il titolo stesso unisce due campi semantici normalmente distanti — la diagnostica clinica e la mineralogia — e li fa convergere su un’unica immagine del corpo come archivio inorganico. La scelta di “radiografia” implica trasparenza forzata, uno sguardo che attraversa senza chiedere permesso.

Pip: C’è qualcosa di stranamente confortante nell’idea di essere minerale. Le pietre non invecchiano nel modo in cui invecchiamo noi — accumulano, stratificano, resistono. È quasi un’offerta di immortalità per via geologica.

Mara: La brevità del testo fa parte del progetto. Una poesia che parla di essenzialità non può permettersi il lusso della prolissità — la forma mima il contenuto, ridotto all’osso, appunto. Quello che rimane sulla pagina è già una specie di reperto.

Pip: Un reperto che però respira ancora — o almeno così sembra, finché non ci pensi troppo.

Mara: Ed è forse proprio lì che risiede la tensione centrale: tra la vita che si percepisce e la materia inerte che la sostiene. “Radiografia minerale” non risolve quella tensione, la abita.


Pip: Corpo come pietra, pietra come archivio. ZIGZAGANDO continua a zigzagare tra le domande che non hanno una risposta dritta.

Mara: La prossima puntata porterà altri testi, altri deragliamenti. Nel frattempo, il minerale resta lì — paziente.

Podcast: Muta poesia (V..T..)

Zip: Benvenuti su Zigzagando, dove vitotroiani ci porta dove le parole quasi non arrivano.

Zap: Oggi esploriamo una poesia che nasce già in silenzio — un testo breve, denso, che vale la pena aprire con calma. Partiamo subito.

Muta poesia

Zip: C’è una contraddizione al centro di questo testo: una poesia che parla di silenzio, scritta con parole che si definiscono lente, quasi riluttanti. La domanda che pone è semplice e scomoda — cosa significa fare poesia quando il silenzio è più onesto?

Zap: Il testo non lascia spazio a equivoci. L’immagine centrale è questa: “arruolando lente parole nel lessico salivante di una poesia.”

Zip: “Lessico salivante” è un’espressione fisica, corporea — la lingua che produce parole come produce saliva, per riflesso, non per scelta. Questo cambia il senso dell’atto poetico: non è creazione deliberata, è qualcosa che accade al corpo prima che alla mente.

Zap: E l’apertura radicalizza quella tensione. “Nessuno sconto nel silenzio tagliente” — il silenzio qui non è assenza morbida, è qualcosa che taglia, che costa. Non è rifugio.

Zip: Poi arriva il verbo “traccio” — quasi un gesto da disegnatore, non da scrittore. Si traccia un profilo, si dà contorno a qualcosa che altrimenti resterebbe informe. La poesia come atto di sagomatura, non di espressione.

Zap: E la chiusura ribalta tutto: “Nata muta.” Due parole che smentiscono l’intero processo appena descritto. Le parole sono state arruolate, il profilo tracciato — eppure la poesia nasce comunque muta. Il linguaggio non ha risolto il silenzio, lo ha solo circondato.

Zip: È un cortocircuito preciso. Si scrive per dire qualcosa, e il risultato è un oggetto che non parla. Il che solleva una domanda non retorica: a cosa serve allora il gesto poetico, se non a rompere il silenzio?

Zap: Forse serve a renderlo visibile. “Ne traccio il profilo” suggerisce che il silenzio ha una forma — e che la poesia è lo strumento per mostrarla, non per riempirla.

Zip: Un testo che pesa molto più dei suoi venti e passa caratteri.


Zap: Il silenzio che taglia, le parole che arruolano — c’è qualcosa di fisico in questo modo di stare nella lingua.

Zap: La prossima volta vedremo dove porta ancora questo zigzagare.

MUTA POESIA (V..T..)

Nessuno sconto nel silenzio tagliente.

Ne traccio il profilo

arruolando lente parole

nel lessico salivante di una poesia.

Nata muta.