il desiderio: una vocazione che spesso ignoriamo

Frequentando da molto tempo conferenze, podcast, pubblicazioni e quant’altro di Massimo Recalcati (psicoanalista di scuola lacaniana) mi sono imbattuto in una citazione che lo stesso Recalcati eredita da Lacan: “L’unica cosa di cui si possa essere colpevoli è di aver ceduto sul proprio desiderio“. Confesso di essere rimasto colpito dall’effetto dirompente di quanto sopra. Ho impiegato un pò di tempo per metabolizzare ciò che avevo letto e non sono sicuro di esserne venuto a capo. Ma cos’è il desiderio? Esso non deve essere interpretato in modo libertino (come voglia o capriccio) ma è la bussola della nostra verità soggettiva più profonda. Non si tratta di fare ciò che si vuole in modo edonistico ma di rimanere fedeli alla propria unicità anche quando questa contrasta con quanto ci circonda (morale comune, società, famiglia, lavoro ecc.). Desiderio è quindi vocazione. Tradire il proprio desiderio è tradire la propria vocazione, la propria inclinazione. Ciò rappresenta una colpa e la sofferenza psichica è la punizione che il soggetto infligge a se stesso per aver tradito la propria verità. Essere fedeli al proprio desiderio significa anche assumersene la responsabilità. Il desiderio viene dalla parte più nascosta della nostra psiche, cioè dall’inconscio. Non c’è esperienza dell’inconscio che non sia esperienza del desiderio. Non sono mai “io” che decido il mio desiderio ma è il mio desiderio che decide di me. Il desiderio, in quanto inconscio, implica sempre che l’Io non ne sia mai il proprietario (“L’Io non è padrone in casa propria” citando Freud). L’inconscio è il luogo in cui è depositata la verità del nostro desiderio, una verità che quasi sempre ignoriamo a livello cosciente ma che continua a parlarci, una vocazione profonda che spesso ignoriamo di avere. Carl Jung così recita: “Rendi cosciente l’inconscio, altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino”.

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