Dove musica barocca tradizionale e minimalismo contemporaneo si stringono la mano. Si crea così un ponte tra l’antico (Bach) e il moderno (Max Richter, Philip Glass, Peter Gregson) attraverso atmosfere intime ed ipnotiche reinterpretate dalla straordinaria violinista norvegese Mari Samuelsen nel suo album omonimo. Vorrei menzionare almeno tre tracce in particolare:
Dona nobis pacem 2: è un crescendo dinamico minimalista che esprime una profonda urgenza emotiva sospesa tra dolore e speranza. Il vibrato etereo dell’inizio si infiamma successivamente in un crescendo creando un contrasto tra il vuoto iniziale e la catarsi finale.
Sequence ( four) for solo Violin and string orchestra: tessitura orchestrale più complessa dove viene creato un fitto tappeto sonoro su cui il violino galleggia e si avvita in trame di un magnetismo assoluto
November: qui la Samuelsen reinterpreta il brano imprimendo un ritmo serrato e virtuosistico dove il suo strumento sembra quasi “piangere” in solitudine alternandosi a momenti orchestrali ad ampio respiro mantenendo una costante tensione drammatica fino ad un finale quasi mozzato.
In generale l’esperienza d’ascolto, con le sue ripetizioni ipnotiche che cortocircuitano il filtro razionale della mente conscia, permette all’ascoltatore di scivolare in uno stato di leggera trance. Questo flusso continuo rispecchia il movimento sotterraneo dell’inconscio dove i pensieri non si muovono in modo lineare ma circolare ed emotivo. I tappeti sonori dilatati e i giri armonici ripetitivi creano uno spazio sospeso nel tempo stimolando l’emergere di immagini archetipiche che richiamano l’inconscio collettivo di Jung.

