Il me stesso è fuori di me

Una filosofia dell’avventura. Così recita il sottotitolo del saggio “La vita fuori di sè” del filosofo Pietro Del Soldà. Siamo soggetti ad una vero dominio dell’Io che ci rende egocentrici, ambiziosi, narcisisti e che ha poco a che fare con le nostre aspirazioni più profonde. Ci accontentiamo di vivere una vita che non ci appartiene, che non è la nostra. Citando sempre l’autore, l’avventura è la mossa di “uscire fuori di se”. Non è banalmente qualcosa che si traduca nella fuga o nella follia ma semplicemente quel balzo vitale che ci spinge fuori dalla prigione delle convenzioni. Può scaturire da un viaggio, da un incontro inaspettato, dalla lettura di un libro, dall’ascolto di una melodia o dalla visione di un quadro. Tutto può far emergere una vocazione profonda o una verità che il grigiore quotidiano non sa portare alla luce. L’avventura è una crepa nel muro della consuetudine con una sua forza rivelatrice tale da farci sentire, anche se solo per un frammento di tempo, la pienezza della nostra vita.

Gli uomini sono “isole”

Correva l’anno 1971 quando il visionario Peter Sinfield (paroliere-hyppie del gruppo jazz-rock dei King Crimson) scriveva il testo di ISLANDS, un’ode alla condizione di isolamento esistenziale, un sussulto onirico con melodie luminose ed intimiste dove il muro tra sogno e realtà non sarà mai totalmente abbattuto. E’ la metafora degli uomini come isole circondate dal mare. E’ la paura del nostro ego di aprirsi all’esterno. Sotto l’oceano della incomunicabilità, tuttavia, le isole poggiano sulla stessa terra rendendo la solitudine un’esperienza universale che, paradossalmente, unisce tutte le anime. Le atmosfere struggenti evocate da mellotron e tromba fanno da humus al lirismo malinconico fino a portare ad un finale dove il dialogo desolato tra corno e pianoforte evoca un senso di totale distacco, cesellato da un cantato quantomai sospeso e fragile. La rete dell’amore è il tramite che permette a queste isole di stringersi la mano…. mentre le onde accarezzano l’isola portando la sabbia lontano….e tutto ritorna al mare, nel luogo dove tutto è nato….E’ il ciclo della vita e della sua transitorietà a cui l’uomo cerca invano di sottrarsi.

“Concerto delle menti”: un viaggio nell’inconscio con i Pholas Dactylus

Già dalla copertina dell’opera possiamo intravedere quale viaggio surreale e distopico stia per iniziare. Da conducente fanno i Pholas Dactlylus, un combo di musicisti d’avanguardia che hanno preso in prestito il loro nome da un mollusco le cui caratteristiche di bioluminescenza ci fanno da guida nel circuito psichedelico della mente. Non è intrattenimento musicale ma un’esperienza totalizzante e a tratti opprimente che verte su testi visionari recitati in modo ipnotico. Dentro allegorie e simbolismi si rincorrono “immagini sonore” in continua mutazione sospinte da partiture strumentali in un magma orgiastico di fughe e controfughe. La ricerca di una sintonia profonda che si avvale di archetipi condivisi dall’intera umanità fanno dialogare le parti più nascoste della psiche umana richiamando il concetto di inconscio collettivo di Jung. E’ un flusso di coscienze in cui le singole entità si dissolvono per attingere ad una memoria ancestrale dove le immagini suggerite dai testi surreali non appartengono alla sfera del vissuto quotidiano del singolo ma risuonano come simboli universali in un contesto apocalittico e decadente. Viene richiamata anche la logica del sogno dove il principio di non-contraddizione perentoriamente decade e i paesaggi sonori diventano visioni oniriche allucinate. Tutto questo contribuisce a creare un’aura di oggetto misterioso per il suo impatto psicologico ed emotivo. Il potere dell’immaginazione e del pensiero come via di fuga da una realtà alienante, un tentativo di orbitare attorno alla mente umana e alle sue infinite proiezioni.

Fine del disco. Buon viaggio.

La musica: un dialogo con l’inconscio

Come diceva Kant, e prima di lui Platone e Aristotele, la musica ha la capacità di “muovere l’animo”. Essa è la più astratta tra le arti e in quanto tale riesce a proiettarci al confine delle nostre percezioni sino a sfiorare terreni metafisici. L’inconscio sembra, per così dire, vibrare tramite il suono in quanto, quest’ultimo, oltrepassa la razionalità per dialogare direttamente con le emozioni e i vissuti nascosti. E’ come trovarsi dentro una seduta psico-analitica in cui silenzio e dialogo sono come pause e note. Il corpo e la mente sono indissolubilmente legati in un’unità somatopsichica dove la musica viene sentita, elaborata ed espressa e di cui ciascuno può cibarsene. Vladimir Jankelevitch (musicologo e filosofo francese) ci illumina con le sue parole: “Dove la parola manca, là comincia la musica; dove le parole si arrestano l’uomo non può che cantare”.