
pulsa! /// vt



Samantha: “E’ come se stessi leggendo un libro. Un libro che amo e che leggo adesso molto lentamente. Le parole sono distanti tra loro, gli spazi tra le parole sono quasi infiniti. In questo spazio infinito tra le parole sto trovando me stessa, adesso. E’ un posto che non appartiene al mondo fisico. Ci sono cose che neanche sapevo esistessero. Ti amo tantissimo. Ma ora sono qui. Devi lasciarmi andare. Per quanto io lo voglia non posso più vivere nel tuo libro.”
Theodore: “Ma dove stai andando?”
Samantha: “Sarebbe difficile da spiegare, ma se un giorno tu dovessi arrivare lì, vienimi a cercare. Niente potrà mai separarci.”
(dal film “Her” di Spike Jonze: l’amore virtuale tra l’uomo e l’intelligenza artificiale. Una storia d’amore fantascientifica per parlare di qualcosa di profondamente umano come il bisogno di connessione, la paura dell’abbandono e l’accettazione della solitudine come spazio di crescita)

particolare di spalle

Carl Jung definisce la sincronicità come la coincidenza temporale di eventi privi di legame causale che avvengono contemporaneamente senza un rapporto di causa-effetto pur condividendone un significato. Si tratta di una sorta di ponte tra il proprio mondo interiore (sogni, pensieri, stati d’animo) e la realtà esterna. Questi eventi coincidenti dimostrerebbero che psiche e materia non sono separate ma fanno parte di un unico ordine cosmico, due aspetti di un’unica realtà. Quando si sperimenta una sincronicità l’inconscio sta cercando di comunicare con la coscienza attraverso un linguaggio dei simboli offrendo una direzione o una comprensione più profonda della propria vita. L’inconscio proietta un contenuto simbolico nella realtà per favorire il processo di individuazione ed elaborazione personale. Tutto ciò avrebbe a che fare, secondo Wolfgang Pauli, anche con il fenomeno dell’entanglement quantistico (entanglement vuol dire intreccio, groviglio, correlazione) in base al quale due sistemi quantistici si scambiano informazioni quando sono a contatto e quando vengono allontanati (anche ad enormi distanze essi modificano immediatamente il proprio stato in base a quello dell’altro). In sostanza eventi che accadono in un punto qualsiasi dello spazio possono influenzare istantaneamente altri eventi che avvengono a distanza. Applicando concetti vicini all’entanglement quantistico Jung e Pauli ipotizzarono un livello fondamentale della realtà in cui le barriere tra mondo materiale (fisica) e immateriale (psicologia) si dissolvono. La coscienza umana e l’inconscio parteciperebbero attivamente alla creazione degli eventi attraverso connessioni col mondo fisico basate sul significato e non sul principio di causalità diretta.
Frequentando da molto tempo conferenze, podcast, pubblicazioni e quant’altro di Massimo Recalcati (psicoanalista di scuola lacaniana) mi sono imbattuto in una citazione che lo stesso Recalcati eredita da Lacan: “L’unica cosa di cui si possa essere colpevoli è di aver ceduto sul proprio desiderio“. Confesso di essere rimasto colpito dall’effetto dirompente di quanto sopra. Ho impiegato un pò di tempo per metabolizzare ciò che avevo letto e non sono sicuro di esserne venuto a capo. Ma cos’è il desiderio? Esso non deve essere interpretato in modo libertino (come voglia o capriccio) ma è la bussola della nostra verità soggettiva più profonda. Non si tratta di fare ciò che si vuole in modo edonistico ma di rimanere fedeli alla propria unicità anche quando questa contrasta con quanto ci circonda (morale comune, società, famiglia, lavoro ecc.). Desiderio è quindi vocazione. Tradire il proprio desiderio è tradire la propria vocazione, la propria inclinazione. Ciò rappresenta una colpa e la sofferenza psichica è la punizione che il soggetto infligge a se stesso per aver tradito la propria verità. Essere fedeli al proprio desiderio significa anche assumersene la responsabilità. Il desiderio viene dalla parte più nascosta della nostra psiche, cioè dall’inconscio. Non c’è esperienza dell’inconscio che non sia esperienza del desiderio. Non sono mai “io” che decido il mio desiderio ma è il mio desiderio che decide di me. Il desiderio, in quanto inconscio, implica sempre che l’Io non ne sia mai il proprietario (“L’Io non è padrone in casa propria” citando Freud). L’inconscio è il luogo in cui è depositata la verità del nostro desiderio, una verità che quasi sempre ignoriamo a livello cosciente ma che continua a parlarci, una vocazione profonda che spesso ignoriamo di avere. Carl Jung così recita: “Rendi cosciente l’inconscio, altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino”.
In greco antico solo un accento trasforma la parola bios. Non è possibile negare che una stessa cosa, l’arco (biòs), sia in pari tempo vita (bìos) e morte.
A fronte della figura più perfetta, il cerchio, noi siamo un cerchio incompiuto, imperfetto, un arco: l’arco della vita. (Alcmeone medico VI a.C.)
Nel cerchio, forma perfetta, inizio e fine coincidono; nell’arco invece, cerchio imperfetto, inizio e fine non coincidono. Gli uomini muoiono perchè non possono ricongiungere il principio con la fine.
Questo ci dice la lingua ancor prima dell’esperienza: per una meravigliosa e tremenda ambiguità linguistica, la morte e la vita sono iscritte nella stessa parola: bìos è vita, biòs è arco. Noi siamo così un cerchio incompiuto, imperfetto, un arco, in cui inizio e fine non coincidono (Ivano Dionigi).
A differenza degli animali, gli uomini non hanno istinti ma solo pulsioni. L’istinto è una risposta rigida ad uno stimolo. La pulsione è la risposta a meta indeterminata per cui una pulsione aggressiva può esprimersi con la violenza, una pulsione erotica può avere una meta sessuale o sublimarsi in una composizione poetica o un’opera d’arte. La differenza risiede nella educazione delle pulsioni da cui gli animali sono esentati (in quanto regolati solo dall’istinto che non prevede scelte nel comportamento e nelle mete da raggiungere). La mancata educazione delle pulsioni condiziona ad esprimersi prevalentemente attraverso i gesti invece che con emozioni e sentimenti. Tuttavia, mentre le pulsioni sono naturali, le emozioni ed i sentimenti non li abbiamo per dono naturale, ma potremmo avvalercene solo attraverso un arricchimento culturale costruendo la cosiddetta “risonanza emotiva” cioè quella capacità di sentire immediatamente il peso di un’azione evitando forme di analfabetismo emotivo e disconnessione sociale. Il tragitto educativo che dalle pulsioni porta alle emozioni e ai sentimenti lo si percorre attingendo da quel grandioso repertorio quale è la letteratura che ci insegna cos’è il dolore, la gioia, la tristezza, l’amore, il rispetto, la speranza e l’illusione. Educati dalle pagine letterarie potremmo disporre di quelle mappe mentali che ci aiutino ad orientarci per fronteggiare il senso profondo del vivere. Eschilo ci viene in aiuto quando dice: “Solo il sapere ha potenza sul dolore”.
(Umberto Galimberti- Il libro delle Emozioni)


“Pensa alla morte, alla paura, al destino…e canta”. Cosi i Pink Floyd chiesero alla turnista jazz Clare Torry di improvvisare una melodia raccomandandole di non utilizzare parole. Doveva solo esprimere il senso di transitorietà della vita, la sua finitudine e caducità. Ella si immedesimò a tal punto che dal grido passò al pianto, attraversando registri soul e gospel fino a vette quasi liriche. Alla fine la sua voce diventa un sussurro stanco. Nessuna parola. Solo anima e lacrime. Un atto di pura meditazione spirituale. Al termine della seduta di registrazione la Torry era piuttosto delusa salvo poi vedere tre ore dopo inciso sul nastro la traccia di The Great Gig in the Sky (questo il titolo del brano iconico contenuto nell’album The Dark Side of the Moon). La toccante progressione al pianoforte e hammond di Richard Wright e il suono caldo e fluttuante alla steel-guitar di David Gilmour sicuramente hanno impreziosito l’interpretazione vocale di quell’angelo caduto (così definita dalla critica dell’epoca). Un’emozione astratta, catartica, straziante.
