tra memoria ed oblio esiste un punto d’incontro

Dobbiamo essere capaci di ricordare per non perdere noi stessi ma anche capaci di dimenticare per poter continuare a vivere e desiderare. Secondo lo psicoanalista Massimo Recalcati memoria ed oblio non sono nemici ma due facce della stessa medaglia. La memoria non è semplice riproduzione del passato, non è un contenitore, ma una riscrittura creativa che metabolizza il trascorso per dare un senso nuovo a ciò che siamo oggi. L’oblio non è una mancanza o una colpa bensì una forza attiva e liberatoria, necessaria per far spazio al nuovo. Senza oblio saremmo schiacciati dal peso dei nostri ricordi e dei nostri traumi. L’oblio cancella il superfluo per permettere al desiderio di rinascere.

Ce lo dice anche Jorge Luis Borges: la dimenticanza è una salvezza, la memoria totale sarebbe un inferno. Per sopravvivere abbiamo bisogno dell’oblio. Siamo fatti di frammenti e non di totalità. La nostra ricchezza non sta nel possedere il tutto ma nel vivere poeticamente la nostra splendida e limitata prospettiva.

Dove nasce un’opera d’arte

Ce lo chiediamo spesso. Da una visione, da un sogno, da un semplice ricordo…forse l’artista crea per dare voce ad un’armonia interiore o forse per dare ordine al caos che vede fuori. Non lo sapremo mai. Potrebbe essere un feroce corpo a corpo tra spirito e materia, un dialogo continuo e caotico tra il sè e l’altrove. Forse il punto d’incontro starebbe nella parte più profonda della psiche umana ovverosia l’inconscio. Esso assorbe il disordine del mondo, lo frammenta e rielabora lontano dal controllo della ragione. L’artista si ritrova tra le mani qualcosa senza sapere razionalmente da dove venga poichè l’intera gestazione è avvenuta nell’ombra. Ma la bellezza sta proprio qui. Se arrivassimo a capire l’arte, essa perderebbe il suo alone di mistero, la sua magia. L’arte è contraddizione vivente, enigma insolubile, l’unico strumento capace di conciliare gli opposti e svelare l’assoluto. Allora potrebbe aver ragione Adorno quando afferma che essa dice la verità proprio perchè dichiara la sua stessa finzione, permettendoci di vivere il mistero dell’inconscio senza l’inganno di volerlo rinchiudere in una teoria coerente. Ma a ben vedere tutto quanto desunto dal mondo esterno l’artista già lo possedeva, gelosamente sigillato nella sua anima, e di là, dalla sorgente dello spirito, ricomposto in un armonioso e solenne canto.

Una passeggiata verso l’ignoto.

Tutte le composizioni classiche in tonalità minore hanno drammaticità e potere evocativo attraverso melodie vellutate ed oscure. La Promenade Sentimentale di Vladimir Cosma ne è un fulgido esempio. Adattata come colonna sonora all’opera cinematografica Diva, sprigiona una melodia malinconica su pianoforte e archi giocando sull’ambiguità tra accordi maggiori e minori. Costruita con andamento ciclico ed ipnotico, vive di momenti di tensione e risoluzione. Il modus operandi del piano genera senso di solitudine che si accentua con le progressioni discendenti. E’ un esperienza estetica poichè evoca contrasti tra il ricordo e il gelido presente, tra sogno di un amore idolatrato e realtà. La tristezza non è mai gridata ma solo sussurrata con forza devastante. Gli archi crescono di intensità lasciando alla fine il pianoforte come unico protagonista sublimando nell’ascoltatore un profondo vuoto interiore. Alla fine è dolore fisico, quasi teatrale. Il brano funge da vero e proprio contrappunto emotivo nel film commentando scene di solitudine urbana in una Parigi noir e fiabesca. Naufragando disperatamente su accordi dissonanti e calanti riesce a trasformare una semplice passeggiata in un cammino verso l’ignoto.

schizzi di promenade

Un’esperienza d’ascolto riflessiva carica di spiritualità

Dove musica barocca tradizionale e minimalismo contemporaneo si stringono la mano. Si crea così un ponte tra l’antico e il moderno attraverso atmosfere intime ed ipnotiche reinterpretate dalla straordinaria violinista norvegese Mari Samuelsen nel suo album omonimo. Vorrei menzionare almeno tre tracce in particolare:

Dona nobis pacem 2: è un crescendo dinamico minimalista che esprime una profonda urgenza emotiva sospesa tra dolore e speranza. Il vibrato etereo dell’inizio si infiamma successivamente in un crescendo creando un contrasto tra il vuoto iniziale e la catarsi finale.

Sequence ( four) for solo Violin and string orchestra: tessitura orchestrale più complessa dove viene creato un fitto tappeto sonoro su cui il violino galleggia e si avvita in trame di un magnetismo assoluto

November: qui la Samuelsen reinterpreta il brano imprimendo un ritmo serrato e virtuosistico dove il suo strumento sembra quasi “piangere” in solitudine alternandosi a momenti orchestrali ad ampio respiro mantenendo una costante tensione drammatica fino ad un finale quasi mozzato.

In generale l’esperienza d’ascolto, con le sue ripetizioni ipnotiche che cortocircuitano il filtro razionale della mente conscia, permette all’ascoltatore di scivolare in uno stato di leggera trance. Questo flusso continuo rispecchia il movimento sotterraneo dell’inconscio dove i pensieri non si muovono in modo lineare ma circolare ed emotivo. I tappeti sonori dilatati e i giri armonici ripetitivi creano uno spazio sospeso nel tempo stimolando l’emergere di immagini archetipiche che richiamano l’inconscio collettivo di Jung.

Il me stesso è fuori di me

Una filosofia dell’avventura. Così recita il sottotitolo del saggio “La vita fuori di sè” del filosofo Pietro Del Soldà. Siamo soggetti ad una vero dominio dell’Io che ci rende egocentrici, ambiziosi, narcisisti e che ha poco a che fare con le nostre aspirazioni più profonde. Ci accontentiamo di vivere una vita che non ci appartiene, che non è la nostra. Citando sempre l’autore, l’avventura è la mossa di “uscire fuori di se”. Non è banalmente qualcosa che si traduca nella fuga o nella follia ma semplicemente quel balzo vitale che ci spinge fuori dalla prigione delle convenzioni. Può scaturire da un viaggio, da un incontro inaspettato, dalla lettura di un libro, dall’ascolto di una melodia o dalla visione di un quadro. Tutto può far emergere una vocazione profonda o una verità che il grigiore quotidiano non sa portare alla luce. L’avventura è una crepa nel muro della consuetudine con una sua forza rivelatrice tale da farci sentire, anche se solo per un frammento di tempo, la pienezza della nostra vita.

Gli uomini sono “isole”

Correva l’anno 1971 quando il visionario Peter Sinfield (paroliere-hyppie del gruppo jazz-rock dei King Crimson) scriveva il testo di ISLANDS, un’ode alla condizione di isolamento esistenziale, un sussulto onirico con melodie luminose ed intimiste dove il muro tra sogno e realtà non sarà mai totalmente abbattuto. E’ la metafora degli uomini come isole circondate dal mare. E’ la paura del nostro ego di aprirsi all’esterno. Sotto l’oceano della incomunicabilità, tuttavia, le isole poggiano sulla stessa terra rendendo la solitudine un’esperienza universale che, paradossalmente, unisce tutte le anime. Le atmosfere struggenti evocate da mellotron e tromba fanno da humus al lirismo malinconico fino a portare ad un finale dove il dialogo desolato tra corno e pianoforte evoca un senso di totale distacco, cesellato da un cantato quantomai sospeso e fragile. La rete dell’amore è il tramite che permette a queste isole di stringersi la mano…. mentre le onde accarezzano l’isola portando la sabbia lontano….e tutto ritorna al mare, nel luogo dove tutto è nato….E’ il ciclo della vita e della sua transitorietà a cui l’uomo cerca invano di sottrarsi.

“Concerto delle menti”: un viaggio nell’inconscio con i Pholas Dactylus

Già dalla copertina dell’opera possiamo intravedere quale viaggio surreale e distopico stia per iniziare. Da conducente fanno i Pholas Dactlylus, un combo di musicisti d’avanguardia che hanno preso in prestito il loro nome da un mollusco le cui caratteristiche di bioluminescenza ci fanno da guida nel circuito psichedelico della mente. Non è intrattenimento musicale ma un’esperienza totalizzante e a tratti opprimente che verte su testi visionari recitati in modo ipnotico. Dentro allegorie e simbolismi si rincorrono “immagini sonore” in continua mutazione sospinte da partiture strumentali in un magma orgiastico di fughe e controfughe. La ricerca di una sintonia profonda che si avvale di archetipi condivisi dall’intera umanità fanno dialogare le parti più nascoste della psiche umana richiamando il concetto di inconscio collettivo di Jung. E’ un flusso di coscienze in cui le singole entità si dissolvono per attingere ad una memoria ancestrale dove le immagini suggerite dai testi surreali non appartengono alla sfera del vissuto quotidiano del singolo ma risuonano come simboli universali in un contesto apocalittico e decadente. Viene richiamata anche la logica del sogno dove il principio di non-contraddizione perentoriamente decade e i paesaggi sonori diventano visioni oniriche allucinate. Tutto questo contribuisce a creare un’aura di oggetto misterioso per il suo impatto psicologico ed emotivo. Il potere dell’immaginazione e del pensiero come via di fuga da una realtà alienante, un tentativo di orbitare attorno alla mente umana e alle sue infinite proiezioni.

Fine del disco. Buon viaggio.

La musica: un dialogo con l’inconscio

Come diceva Kant, e prima di lui Platone e Aristotele, la musica ha la capacità di “muovere l’animo”. Essa è la più astratta tra le arti e in quanto tale riesce a proiettarci al confine delle nostre percezioni sino a sfiorare terreni metafisici. L’inconscio sembra, per così dire, vibrare tramite il suono in quanto, quest’ultimo, oltrepassa la razionalità per dialogare direttamente con le emozioni e i vissuti nascosti. E’ come trovarsi dentro una seduta psico-analitica in cui silenzio e dialogo sono come pause e note. Il corpo e la mente sono indissolubilmente legati in un’unità somatopsichica dove la musica viene sentita, elaborata ed espressa e di cui ciascuno può cibarsene. Vladimir Jankelevitch (musicologo e filosofo francese) ci illumina con le sue parole: “Dove la parola manca, là comincia la musica; dove le parole si arrestano l’uomo non può che cantare”.