Podcast: postura incerta // vvtt//

Pip: Benvenuti a ZIGZAGANDO, dove anche una postura incerta può diventare un punto di partenza.

Mara: Oggi con vitotroiani esploriamo il territorio dell’equilibrio precario — quella zona in cui il corpo e la voce trovano, o cercano, una loro collocazione. Partiamo subito.

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Postura incerta: il corpo cerca il suo posto

Pip: Il titolo dice già tutto e niente insieme — “postura incerta” è una condizione, non una diagnosi. La domanda è: cosa succede quando non si trova ancora una posizione stabile?

Mara: Il post apre esattamente su questo terreno sospeso, con una voce che non risolve ma abita l’incertezza.

Pip: Ed è proprio lì che si gioca qualcosa di interessante — non nella risposta, ma nel restare dentro la domanda senza fretta di uscirne.

Mara: Il pezzo si muove in quella direzione: l’incertezza non come difetto da correggere, ma come postura attiva, una scelta di stare in bilico consapevolmente.

Pip: Il che, in un mondo che premia la solidità ostentata, è quasi un atto sovversivo.

Mara: Esatto — e la forma stessa del testo riflette questo. La scrittura non si irrigidisce in tesi, si piega, respira, lascia spazio.

Pip: Uno spazio che il lettore può abitare, non solo attraversare.

Mara: Quello che rimane, alla fine, è l’immagine di qualcuno che sceglie di non appoggiarsi a nulla di già dato — e trova in questo una sua coerenza.

Pip: Una coerenza silenziosa, ma riconoscibile.

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Pip: Stare in bilico senza cadere — o almeno senza fingere di non barcollare.

Mara: È forse l’unica postura davvero onesta. Al prossimo giro di ZIGZAGANDO.

(postura incerta //vvtt//)

“TREMILA REGNI IN OGNI ISTANTE DI VITA” (T’ien t’ai VI secolo):

ICHINEN. Un istante. Ma anche una mente. Un pensiero che si nutre del Sutra del Loto. Ogni istante della nostra vita contiene l’intero universo con tutte le sue sofferenze, gioie e possibilità di trasformazione.

E’ lo stato vitale che si manifesta in ogni momento del nostro esistere.

Istante dopo istante.

Una rieducazione dell’individuo come mezzo per creare valore nel rispetto della sacralità della vita.

Il momento più importante è quello presente, perchè è solo nell’istante presente che possiamo vivere pienamente.

Si parla soprattutto di vita. Ma anche di rinascita. Un loop circolare tra anima e corpo, tra corpo e anima.

Una fuga. Ma anche un ritorno. L’enigma del passo incerto, del dubbio. La ricerca dell’ignoto in noi stessi.

L’opera musicale disorienta attraverso il suo girovagare su caleidoscopici affreschi. Un esplosione di colore e melodia che sgorga limpida come acqua di fonte per raccogliersi in un calice a dodici tracce. Atmosfere liquide danno il cambio a fraseggi più sofferti. C’è mediterraneità frammista ad elementi che oscillano tra fusion e scorribande jazz elettro-acustiche (Costa dell’Est). Le chitarre, spesso in dialogo tecnico, spadroneggiano con arpeggi sulfurei quasi ubriachi (Ichinen, da cui il titolo del’album). Si aggrovigliano ma non si scompongono con un mood che talora sa di flamenco (Work in progress). Una piccola gemma di bosco, forse un fiore selvatico, stilla linfa e passione ( Wood of guitar). Sono globuli salati e aromi dolciastri sui quali si distendono le linee del cello. Le incursioni di sax e chitarra pennellano e decorano questo affresco intenso e malinconico (Serra San Quirico). Le vibrazioni del basso acustico sono nuvole soffici che cercano la pioggia accarezzando il cielo. Mentre i fiati si adagiano come sabbia sulla pelle (Star Strings) solo allora la terra schiude il suo petto, nutre e rincuora. Adesso il vento si serra come nella bocca di un dio maestro, i supporti vocali collidono con le ritmiche sempre con eleganza stilografica e la melodia tracima come miele su tappeti sonori mai invasivi (Sensei). I rintocchi del piano sono mormorii dentro il silenzio ( Oceano ) e, talvolta, fiamme ghiacciate di luce ( Tre Maggio).

E questa luce è un artiglio di fuoco che arpiona l’occhio ancor socchiuso. Alla fine sul diaframma e nel ventre un tuffo. Silenzioso e sordo.

E’ combustione di sogni in assenza di peso e gravità. Tutto rimane sospeso. Tutto galleggia.

E’ questo il luogo del risveglio, del dubbio, della duplicità che si fa equilibrio. Buio e luce. Sostanza e spirito. Corpo e anima.

La chiave è la nostra determinazione in ogni singolo istante, ovvero il nostro ichinen.

Ognuno può sentirsi troppo morto per vivere o troppo vivo per morire.

Un piacevole abbandonarsi

che sfuma

in un singolo istante di vita.

( VT )

(Musica di Agorà, titolo album ICHINEN)

Perchè esiste l’universo?

“L’idea di un dio creatore, che con un atto di volontà ha fatto si che l’universo esistesse, è profondamente radicata nella cultura giudaico-cristiana. Tuttavia questa convinzione pone più problemi di quanti ne risolva, come è dimostrato dalle secolari controversie dei teologi. La difficoltà principale rimane la natura del tempo. Oggi sappiamo che il tempo è inestricabilmente collegato allo spazio, e che lo spaziotempo fa parte dell’universo parimenti alla materia. La cosmologia moderna avanza l’ipotesi che la nascita dell’universo comporta la nascita del tempo. Anche il tempo ha leggi che lo governano facendo parte della fisica. Se il tempo appartiene all’universo fisico ed obbedisce alle leggi della fisica, esso deve essere compreso in quell’universo che dio dovrebbe aver creato. Ma ha senso dire che dio è causa del tempo quando l’esperienza ordinaria ci insegna che la causa precede sempre l’effetto? La causalità è calata nel tempo ed il tempo deve esistere prima che una cosa determini un’altra. Ne deriva che se il tempo non esisteva ancora, concepire un dio che esista prima dell’universo è un assurdo, dato che se non c’è un prima non ci può essere nemmeno causa.” (Paul Davies. Dio e la nuova fisica).

Allora dobbiamo rifarci alle tante citazioni di filosofi, scienziati e teologi secondo cui “dio è la natura” o “dio è l’universo”? Oppure postulare un dio che trascende il tempo o supporre che l’universo sia causa di se stesso prescindendo dall’opera organizzatrice di una divinità? Non ci sarà mai una risposta provabile. Ognuno si dia la propria.

Podcast: Muta poesia (V..T..)

Zip: Benvenuti su Zigzagando, dove vitotroiani ci porta dove le parole quasi non arrivano.

Zap: Oggi esploriamo una poesia che nasce già in silenzio — un testo breve, denso, che vale la pena aprire con calma. Partiamo subito.

Muta poesia

Zip: C’è una contraddizione al centro di questo testo: una poesia che parla di silenzio, scritta con parole che si definiscono lente, quasi riluttanti. La domanda che pone è semplice e scomoda — cosa significa fare poesia quando il silenzio è più onesto?

Zap: Il testo non lascia spazio a equivoci. L’immagine centrale è questa: “arruolando lente parole nel lessico salivante di una poesia.”

Zip: “Lessico salivante” è un’espressione fisica, corporea — la lingua che produce parole come produce saliva, per riflesso, non per scelta. Questo cambia il senso dell’atto poetico: non è creazione deliberata, è qualcosa che accade al corpo prima che alla mente.

Zap: E l’apertura radicalizza quella tensione. “Nessuno sconto nel silenzio tagliente” — il silenzio qui non è assenza morbida, è qualcosa che taglia, che costa. Non è rifugio.

Zip: Poi arriva il verbo “traccio” — quasi un gesto da disegnatore, non da scrittore. Si traccia un profilo, si dà contorno a qualcosa che altrimenti resterebbe informe. La poesia come atto di sagomatura, non di espressione.

Zap: E la chiusura ribalta tutto: “Nata muta.” Due parole che smentiscono l’intero processo appena descritto. Le parole sono state arruolate, il profilo tracciato — eppure la poesia nasce comunque muta. Il linguaggio non ha risolto il silenzio, lo ha solo circondato.

Zip: È un cortocircuito preciso. Si scrive per dire qualcosa, e il risultato è un oggetto che non parla. Il che solleva una domanda non retorica: a cosa serve allora il gesto poetico, se non a rompere il silenzio?

Zap: Forse serve a renderlo visibile. “Ne traccio il profilo” suggerisce che il silenzio ha una forma — e che la poesia è lo strumento per mostrarla, non per riempirla.

Zip: Un testo che pesa molto più dei suoi venti e passa caratteri.


Zap: Il silenzio che taglia, le parole che arruolano — c’è qualcosa di fisico in questo modo di stare nella lingua.

Zap: La prossima volta vedremo dove porta ancora questo zigzagare.

MUTA POESIA (V..T..)

Nessuno sconto nel silenzio tagliente.

Ne traccio il profilo

arruolando lente parole

nel lessico salivante di una poesia.

Nata muta.

Podcast: pulviscolo ///vtvt

Pip: Zigzagando — il nome è già un programma. Oggi vitotroiani ci porta in un posto dove le parole si fanno polvere, e la polvere fa forma.

Kara: Esatto. L’episodio ruota attorno a un’unica composizione poetica: pulviscolo. Partiamo subito da lì.

pulviscolo: quando la parola diventa granello

Pip: Il titolo stesso è già una scelta precisa — pulviscolo, non polvere, non cenere. Quella particella sospesa che non cade mai del tutto. La domanda è: cosa ci fa vitotroiani con questa immagine?

Kara: Il testo non ci è arrivato con un corpo leggibile, ma il titolo ci dice qualcosa di strutturale: questa è una scrittura che lavora per accumulo minimo, per sottrazione, dove ogni parola pesa quanto un granello e la forma emerge dall’insieme.

Pip: È la logica del pulviscolo applicata alla sintassi — niente è abbastanza pesante da cadere da solo, ma tutto insieme tiene.

Kara: Esattamente. La pittura sembra costruita attorno a questo principio: brevità, titolo che è già poesia, una coerenza che si legge nella sequenza più che nel singolo testo. Il pulviscolo non è solo il soggetto, è il metodo.

Pip: E c’è qualcosa di onesto in questo — non promettere un edificio quando stai offrendo aria densa.

Kara: La scelta del termine scientifico, quasi ottocentesco crea uno scarto interessante. Da una parte la precisione del vocabolario naturalistico, dall’altra una firma quasi in codice.

Pip: Forma e contenuto che si specchiano, insomma. Il che è esattamente quello che dovrebbe fare un’opera d’arte, anche se non sempre lo fa.

Kara: Senza il corpo del testo possiamo leggere solo la cornice, ma la cornice è già un testo. Il titolo sceglie una parola rara per descrivere qualcosa di invisibile a occhio nudo — e quella scelta è già una posizione poetica.

Pip: Polvere che non si vede ma si respira. Sembra un buon posto dove stare, per una serie che continua.


Kara: Pulviscolo — una scrittura che lavora ai margini della visibilità, dove la forma è già sostanza.

Pip: La prossima puntata vedrà cosa si deposita. Per ora, l’aria è ancora piena.

Pulviscolo //vtvt//

Polvere di atomi

nel raggio che rompe il buio.

E’ danza di granelli in lotta

un urto che scuote.

Sussulto vivo di moto oscuro

dentro la luce.

Podcast: Barrè

Pip: Zigzagando — il sito dove anche un accordo di chitarra diventa una questione esistenziale. Benvenuti.

Kola: Oggi con vitotroiani esploriamo un’immagine sola, densa e fisica: il peso che schiaccia, la mano che preme, e quello che succede quando la musica diventa metafora del corpo. Partiamo subito.

Barrè

Pip: Una poesia breve può portare un peso enorme. Questa si apre con un termine quasi clinico — “segno di compressione ab-estrinseco” — e poi lo ribalta in qualcosa di intimo e doloroso.

Kola: Il testo è preciso: “l’impronta di questo peso appeso all’anima che mi schiaccia come barrè sul primo capotasto.”

Pip: Quella parola, “appeso”, fa tutto il lavoro. Il peso non preme dall’alto — pende, è sospeso, è cronico. Non un colpo ma una tensione continua.

Kola: Il barrè, per chi non suona, è la tecnica in cui un dito preme tutte le corde contemporaneamente sul manico della chitarra. È uno sforzo fisico reale, e spesso il punto dove i principianti si bloccano. Usarlo come immagine del dolore interiore è preciso, non decorativo.

Pip: Esatto — e “primo capotasto” non è casuale. È il punto di massima tensione delle corde, dove la pressione richiesta è maggiore. Non un barrè qualsiasi: il più difficile.

Kola: Il titolo stesso suggerisce una notazione personale. La poesia non lo spiega, e quella reticenza fa parte del testo.

Pip: Funziona come una partitura incompleta — sai che c’è un sistema, ma non ti viene consegnato. Rimani fuori, in ascolto.

Kola: L’apertura con “sembrerebbe” è interessante: non afferma, ipotizza. Come se il soggetto stesso stesse cercando di diagnosticarsi, di trovare un nome a qualcosa che sente ma non riesce a definire del tutto.

Pip: Un referto scritto dall’interno. Il che è, a pensarci, l’unico modo onesto di farlo.

Kola: La compressione, quindi, è insieme fisica, musicale e psicologica. Tre registri sovrapposti in cinque righe.


Pip: Cinque righe, tre registri, un peso che non si nomina del tutto. Non male per un capotasto.

Kola: La prossima volta vedremo dove porta il filo — per ora, il peso è appeso lì, e aspetta.

BARRE’ (VvvTtt)

Sembrerebbe un segno di compressione ab-estrinseco

l’impronta di

questo peso appeso all’anima

che mi schiaccia

come barrè sul primo capotasto.

Barrè (VvvTtt)