Podcast: pulviscolo ///vtvt

Pip: Zigzagando — il nome è già un programma. Oggi vitotroiani ci porta in un posto dove le parole si fanno polvere, e la polvere fa forma.

Kara: Esatto. L’episodio ruota attorno a un’unica composizione poetica: pulviscolo. Partiamo subito da lì.

pulviscolo: quando la parola diventa granello

Pip: Il titolo stesso è già una scelta precisa — pulviscolo, non polvere, non cenere. Quella particella sospesa che non cade mai del tutto. La domanda è: cosa ci fa vitotroiani con questa immagine?

Kara: Il testo non ci è arrivato con un corpo leggibile, ma il titolo ci dice qualcosa di strutturale: questa è una scrittura che lavora per accumulo minimo, per sottrazione, dove ogni parola pesa quanto un granello e la forma emerge dall’insieme.

Pip: È la logica del pulviscolo applicata alla sintassi — niente è abbastanza pesante da cadere da solo, ma tutto insieme tiene.

Kara: Esattamente. La pittura sembra costruita attorno a questo principio: brevità, titolo che è già poesia, una coerenza che si legge nella sequenza più che nel singolo testo. Il pulviscolo non è solo il soggetto, è il metodo.

Pip: E c’è qualcosa di onesto in questo — non promettere un edificio quando stai offrendo aria densa.

Kara: La scelta del termine scientifico, quasi ottocentesco crea uno scarto interessante. Da una parte la precisione del vocabolario naturalistico, dall’altra una firma quasi in codice.

Pip: Forma e contenuto che si specchiano, insomma. Il che è esattamente quello che dovrebbe fare un’opera d’arte, anche se non sempre lo fa.

Kara: Senza il corpo del testo possiamo leggere solo la cornice, ma la cornice è già un testo. Il titolo sceglie una parola rara per descrivere qualcosa di invisibile a occhio nudo — e quella scelta è già una posizione poetica.

Pip: Polvere che non si vede ma si respira. Sembra un buon posto dove stare, per una serie che continua.


Kara: Pulviscolo — una scrittura che lavora ai margini della visibilità, dove la forma è già sostanza.

Pip: La prossima puntata vedrà cosa si deposita. Per ora, l’aria è ancora piena.

pulviscolo //vtvt//

Podcast: Barrè

Pip: Zigzagando — il sito dove anche un accordo di chitarra diventa una questione esistenziale. Benvenuti.

Kola: Oggi con vitotroiani esploriamo un’immagine sola, densa e fisica: il peso che schiaccia, la mano che preme, e quello che succede quando la musica diventa metafora del corpo. Partiamo subito.

Barrè

Pip: Una poesia breve può portare un peso enorme. Questa si apre con un termine quasi clinico — “segno di compressione ab-estrinseco” — e poi lo ribalta in qualcosa di intimo e doloroso.

Kola: Il testo è preciso: “l’impronta di questo peso appeso all’anima che mi schiaccia come barrè sul primo capotasto.”

Pip: Quella parola, “appeso”, fa tutto il lavoro. Il peso non preme dall’alto — pende, è sospeso, è cronico. Non un colpo ma una tensione continua.

Kola: Il barrè, per chi non suona, è la tecnica in cui un dito preme tutte le corde contemporaneamente sul manico della chitarra. È uno sforzo fisico reale, e spesso il punto dove i principianti si bloccano. Usarlo come immagine del dolore interiore è preciso, non decorativo.

Pip: Esatto — e “primo capotasto” non è casuale. È il punto di massima tensione delle corde, dove la pressione richiesta è maggiore. Non un barrè qualsiasi: il più difficile.

Kola: Il titolo stesso suggerisce una notazione personale. La poesia non lo spiega, e quella reticenza fa parte del testo.

Pip: Funziona come una partitura incompleta — sai che c’è un sistema, ma non ti viene consegnato. Rimani fuori, in ascolto.

Kola: L’apertura con “sembrerebbe” è interessante: non afferma, ipotizza. Come se il soggetto stesso stesse cercando di diagnosticarsi, di trovare un nome a qualcosa che sente ma non riesce a definire del tutto.

Pip: Un referto scritto dall’interno. Il che è, a pensarci, l’unico modo onesto di farlo.

Kola: La compressione, quindi, è insieme fisica, musicale e psicologica. Tre registri sovrapposti in cinque righe.


Pip: Cinque righe, tre registri, un peso che non si nomina del tutto. Non male per un capotasto.

Kola: La prossima volta vedremo dove porta il filo — per ora, il peso è appeso lì, e aspetta.

BARRE’ (VvvTtt)

Sembrerebbe un segno di compressione ab-estrinseco

l’impronta di

questo peso appeso all’anima

che mi schiaccia

come barrè sul primo capotasto.

Barrè (VvvTtt)

Podcast: La guerra atomica ai tempi di Lucrezio

Pip: Zigzagando — il nome già dice tutto: non si va dritti, si ragiona per deviazioni. E oggi la deviazione ci porta indietro di duemila anni per parlare di guerra atomica.

Kola: Esatto. vitotroiani ci guida attraverso Lucrezio e il De rerum natura, per scoprire cosa intendeva davvero il poeta latino con quella guerra tra atomi — e perché ci riguarda ancora. Partiamo subito.

La guerra degli atomi: Lucrezio e il ciclo eterno

Pip: Il titolo parla di guerra atomica, ma non nel senso che temiamo ogni volta che apriamo un giornale. La questione che questo post pone è più antica e, in un certo senso, più radicale: c’è una guerra in atto nell’universo da sempre, e nessuno la vince mai definitivamente.

Kola: Il post introduce subito il quadro lucreziano, e la citazione dal De rerum natura dice tutto: “Non possono vincere sempre i moti distruttori degli atomi seppellendo in eterno l’istinto vitale. Ma nemmeno possono trionfare sempre i moti creatori, preservando in eterno le cose create. La guerra atomica si combatte ad armi pari da un tempo infinito.”

Pip: Il punto è che questo equilibrio non è una tragedia — è la garanzia che il ciclo continui. Ogni dissoluzione non è una fine, è materia che torna disponibile per nuove combinazioni. La morte non chiude, redistribuisce.

Kola: Ed è qui che Lucrezio fa la sua mossa filosofica più netta. L’universo, nella sua lettura, non è governato da dèi collericì o provvidenziali, ma da leggi meccaniche: il movimento casuale degli atomi nel vuoto. Nessuna volontà superiore, nessun castigo, nessuna salvezza — solo forze che si bilanciano.

Pip: Il che rende la citazione finale del post quasi commovente nella sua simmetria: “Ai funerali di chi è entrato nel buio eterno, si alternano i parti dei bambini che vengono a vedere la luce.”

Kola: Capire questa guerra, scrive il post, serve precisamente a liberare l’uomo dalla paura — della morte, della fine del mondo. Se ogni dissoluzione è solo un ritorno della materia a nuove forme, non c’è nulla di definitivo da temere. È una consolazione costruita su meccanica, non su fede.

Pip: Una filosofia antidoto all’angoscia. Duemila anni fa come oggi.


Kola: La lezione di Lucrezio è che l’equilibrio tra creazione e dissoluzione non è una minaccia — è la struttura stessa dell’esistenza.

Pip: E forse il modo migliore per non aver paura del buio è capire che la luce torna sempre, anche senza che nessuno la accenda.

LA GUERRA ATOMICA AI TEMPI DI LUCREZIO

Il pensiero epicureo di Lucrezio non si riferisce alle armi nucleari moderne di cui oggi ne temiamo, purtroppo, la deriva. Essa è solo una metafora filosofica (riportata nel De rerum natura) sull’eterna lotta tra le forze aggregatrici e disgregatrici degli atomi, le quali competono in perfetto equilibrio per regolare vita e morte nell’universo. Quest’ultimo, nell’ottica lucreziana, non è governato da dèi collerici o provvidenziali, ma da leggi meccaniche calibrate sul movimento casuale degli atomi nel vuoto. Comprendere questa “guerra” pacifica serve a liberare l’uomo dalla paura della morte e della fine del mondo, mostrando che ogni dissoluzione è solo il ritorno della materia a nuove combinazioni. Lo scontro perpetuo garantisce il ciclo continuo dell’esistenza.

Le parole di Lucrezio: …..”Non possono vincere sempre i moti distruttori degli atomi seppellendo in eterno l’istinto vitale. Ma nemmeno possono trionfare sempre i moti creatori, preservando in eterno le cose create. La guerra atomica si combatte ad armi pari da un tempo infinito. Le forze della vita a volte vincono e a volte sono battute. Ai funerali di chi è entrato nel buio eterno, si alternano i parti dei bambini che vengono a vedere la luce. Non c’è mai stata una notte dopo un giorno, o un giorno dopo una notte, che non testimoniasse il dolce vagito di chi nasce e il rantolo amaro di chi muore….”

Un’eco, dall’antichità ai nostri giorni

Tutti conoscono l’eco, quel fenomeno acustico prodotto dalla riflessione di onde sonore contro un ostacolo. Il suono, in poche parole, dopo aver colpito un bersaglio, rimbalza e torna indietro verso chi lo ha emesso. Eco, nella mitologia greca, era una ninfa loquace, punita da Era per averla distratta con i suoi discorsi e coperto i tradimenti di Zeus (marito di Era). La dea le tolse la voce lasciandole solamente la capacità di ripetere le ultime parole altrui. Respinta dal vanitoso Narciso, Eco si consuma nel dolore finchè di se stessa ne rimase solo la voce perennemente intrappolata nei boschi a ripetere suoni. Lucrezio, nel De Rerum Natura, cerca di spiegare il fenomeno attraverso una prospettiva meccanicistica basata sulla fisica degli atomi (atomi sonori che si propagano nell’aria, rimbalzano meccanicamente contro un ostacolo mantenendo la stessa configurazione, permettendo all’orecchio di percepire nuovamente il medesimo suono). L’intuizione di Lucrezio è sorprendentemente vicina ai principi della fisica moderna (anche se al posto degli atomi sonori la fisica moderna introduce le onde meccaniche). Egli infatti si distacca da tutte le credenze popolari legate alla mitologia attraverso queste parole:

“Si immagina che i luoghi che producono l’eco siano abitati da satiri e ninfe, a partire da Eco stessa che ha dato il nome al fenomeno, in quanto condannata a ripetere ciò che gli altri dicevano. Si raccontano storie di tutti i colori, condite di prodigi e meraviglie, pur di non ammettere che esistano luoghi deserti e dimenticati dagli dei. Si raccontano, in buona o cattiva fede, miracoli di ogni tipo, anche perchè il corrotto genere umano è avido di orecchie che ascoltino, da un lato, e di bocche che ingannino, dall’altro”.

La capacità del poeta latino di interpretare questi fenomeni resta uno straordinario esempio di razionalismo scientifico dell’antichità.

” Dolce, quando i venti sconvolgono le acque del mare ingrossato, è contemplare dalla riva il travaglio dei naviganti, non per godere delle disgrazie altrui, ma perchè è dolce constatare di essere immuni dai loro tormenti” (Tito Lucrezio Caro. De rerum natura)

La dolcezza del distacco. L’epicureo Lucrezio specifica che il piacere non deriva dal dispiacere altrui, bensì dal rendersi conto da quali dolori si è fortunatamente immuni . La dolcezza dell’esser liberi da un male si accompagna inevitabilmente alla visione della pena altrui anche se ciò può creare ambiguità di significato. Tuttavia è proprio questa ambiguità che genera la forza del pensiero di Lucrezio. L’esperienza vera che tutti possiamo provare di fronte al male e al dolore altrui è una fotografia nitida dell’animo umano. Questo distacco non nasce dall’egoismo o dal disprezzo degli altri ma dal riconoscimento della fragilità della vita e dal conforto di esserne affrancati almeno fino a quando ci sarà concesso. In un mondo attraversato dal male (come quello attuale) Lucrezio ci invita a riconoscere questo concetto senza finzione, imparando a vivere con maggiore distacco dalle paure e dalle passioni. Solo così potremmo godere della pace interiore e dell’assenza di turbamento emotivo. Questo atteggiamento non annulla la possibilità della solidarietà: anzi, solo chi non è in preda al panico o all’angoscia può realmente offrire aiuto. La riva da cui il saggio osserva non è un luogo di fuga ma un punto stabile da cui poter agire con lucidità nella consapevolezza della propria salvezza.

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